Malattie croniche: l'emergenza del Duemila

Le più diffuse? Quelle reumatiche, il diabete, l'ipertensione e le broncopatie

Questo articolo è frutto dell'intervista al dottor Giorgio Siro Carniello, già direttore del Dipartimento di assistenza primaria Aas5. Lo specialista ci chiarisce le idee su questa "nuova" tipologia di malattie, le patologie croniche, che assorbono tra il 70 e l'80% delle risorse totali della sanità. Non si tratta solo di adottare stili di vita corretti, cosa comunque fondamentale, ma di modificare la struttura del sistema sociale e la mentalità di fondo.  

"Se continueremo a gestire con approccio tradizionale le cronicità, cioè curandole quando compaiono con una sorta di medicina riparativa quando si presenta il danno, la situazione diventerà insostenibile nell'arco di pochi anni"

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Perché le malattie croniche non sono fatte per il nostro sistema sanitario?

La transizione demografica ed epidemiologica ha generato e continua a generare un incremento delle malattie croniche, con conseguente necessità di trattamento e assistenza dei pazienti che ormai dura anni quando non addirittura decadi.
Il modello tradizionale della sanità fino a ora è stato strutturato nei confronti delle malattie acute, una tipologia paradigmatica che si rivela inadeguata per la gestione dell’attuale modello di emergenza, che è quella cronica.

Tutto il mondo occidentale sta verificando l’assorbimento quasi totale delle risorse per le malattie croniche: l’assistenza, i farmaci, la valutazione diagnostica e i ricoveri interessano il 70-80% dell’intero costo della sanità. Si tratta di patologie come malattie reumatiche, diabete, ipertensione, broncopatia cronica ostruttiva. È improcrastinabile cambiare la modalità di approccio: non già un’azione che pone rimedio dopo, ma una medicina pro attiva che anticipa il problema – non attesa, ma iniziativa.

Il cittadino: vero protagonista della sua salute

La salute non è il risultato del numero di ospedali, di medici e di personale sanitario che abbiamo, ma la somma di tante azioni multidisciplinari. La carta di Ottawa del 1986 afferma che siano i cittadini stessi la maggiore risorsa in campo e definisce la promozione della salute come “il processo che mette in grado le persone e le comunità di avere un maggior controllo sulla propria salute e migliorarla”, con un insieme coordinato di attività finalizzato a trasformare le condizioni sociali, ambientali, culturali ed economiche di un preciso contesto, modificare conoscenze, abilità e livelli di autonomia delle persone. 

Le campagne di prevenzione hanno un significato importante, ma si deve coinvolgere il cittadino in modo da farlo diventare attore competente, consapevole e responsabile della propria situazione. Un cittadino che ha in capo a se stesso la tutela della propria salute, di cui prende consapevolezza, un cittadino che sa che non fumando, facendo attività fisica, bevendo con moderazione, controllando glicemia e colesterolo è in grado di anticipare la comparsa di svariate malattie.

Un sistema che funziona compatto contro le malattie croniche

Ecco quindi la necessità di una medicina che anticipa il bisogno all’interno di un sistema in cui la comunità intera e chi la amministra, i Comuni in primis, deve facilitare il cittadino nell’adozione di comportamenti virtuosi: una sanità che deve entrare in tutte le politiche, ripensando i modelli organizzativi, creando ambienti favorevoli alla promozione della salute, esattamente come sta sollecitando da tempo l’Unione europea che pone l’accento non solo sulla qualità dell’intervento e la sua efficacia, ma anche sulla prioritaria questione della sostenibilità del sistema.
Gli enti locali hanno un ruolo centrale affinché ci sia la trasformazione tra cittadino non più consumatore di prestazioni sanitarie, ma promotore di salute, non già come contenitore di bisogni, ma come attore e pilastro del cambiamento.
Le persone non devono attendersi che il sistema le intercetti, ma hanno l’obbligo di prendere consapevolezza di questo nuovo ruolo, con le organizzazioni più vicine alle istanze dei cittadini.

La rete di servizi è la strada

La dimensione delle malattie croniche è ormai incontenibile, con l’85% dei decessi a loro collegati e un sistema di farmaci ormai fuori controllo: utile ricordare l’adagio di un pensatore del Novecento che ammoniva sul fatto che si possono fare molti soldi dicendo ai sani che sono malati.

L’azione di intercettare precocemente quando c’è una cronicità fa rima con trasversalità: mentre nelle acuzie c’è un solo attore, cioè l’ospedale, con gli specialisti e la relativa tecnologia, quando il paziente è cronico l’aspetto sanitario si associa a quello sociale, per il cosiddetto ‘care giver’.
È necessario quindi costruire una rete di supporto e non pensare alla sola sanità, ma ai servizi sociali, a quelli domiciliari dei Comuni, all’infermieristica, allo straordinario mondo del volontariato.
Purtroppo, anche per età e dinamiche familiari, molte persone sono sole: anche per costoro è necessario che ci sia un supporto da parte della comunità. 

Dobbiamo passare da cittadino consumatore di servizi sanitari a cittadino promotore di salute: il primo germoglio non è più quello tradizionale, ma è centrale la creazione di una rete di servizi.


Articolo a cura del dottor Carniello, pubblicato sul nostro periodico di attualità, salute e benessere SaniMagazine n. 2 - gennaio 2018


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